Il cast della compagnia Castalia al completo
Facendo ingresso nel Teatro Arcobaleno, ribattezzato nel 2002 Centro Stabile del Classico, costruito negli anni ’30 alle spalle della storica Villa Torlonia, ci si aspetta di assistere ad un classico della commedia latina quale l’Aulularia fedelmente riprodotto in ogni particolare, quasi come se ci si accingesse a vedere le parole del testo di letteratura latina del liceo animarsi sul palco. E invece no.
L’Aulularia di T. M. Plauto in scena al Teatro Arcobaleno fino al 17 Febbraio, adattata e diretta da Vincenzo Zingaro ed interpretata dalla compagnia Castalia, si è rivelata una piacevole sorpresa.
Esilarante reinterpretazione in chiave moderna, l’Aulularia di Zingaro sembra allontanarsi in maniera abissale dall’originale, finendo per stupire chi è entrato in sala con aspettative del tutto diverse. Eppure, man mano che la commedia va avanti, ci si rende conto che poi tanto lontana dall’originale non è. L’ambientazione è quella greca che le commedie latine utilizzano guardando alla Commedia Nuova: in particolare, Plauto si rifà al modello offerto da Menandro e dal suo Dyskolos, riprendendo i suoi tipi umani esasperati nelle loro caratteristiche peculiari. Ma non si limita ad imitare l’esempio greco, bensì si accosta a questo facendo un’operazione di riscrittura, di romanizzazione dei contenuti, in modo da ottenere il gradimento del pubblico che, a differenza di quello ateniese, nel recarsi a teatro non partecipava ad un evento sacro, bensì ad un occasione di puro svago. Non a caso, troviamo in Plauto anche l’influenza della farsa atellana, drammatizzazione tipica della cultura italica popolare. La contaminatio è quindi alla base dei testi plautini: naturale, se si pensa alla Roma del III sec a.C., calderone di culture, elementi linguistici e figurativi differenti.

Rocco Militano ed Ugo Cardinali nel ruolo di Tienichiuso e Regalone
Nella rivisitazione di Zingaro, quindi, non è da trovare fuori luogo l’incontro di personaggi cha parlano un italiano con accento francese o slavo, piuttosto che il dialetto napoletano o siciliano, a rappresentare in chiave moderna la commistione di culture della Roma del tempo. Che l’Euclione della commedia plautina si chiami qui Tienichiuso (prendendo in prestito la traduzione dei nomi del latinista Paratore), altro non è che l’italianizzazione dei nomi parlanti che Plauto attribuiva ai suoi personaggi. La trama resta pressoché la stessa, mentre i dialoghi sono spassosamente attualizzati nelle espressioni e nei contenuti. Il prologo plautino, spesso un monologo contente in sé anticipazioni sulla trama, riferimenti a fatti di attualità e promesse di assicurato divertimento, è ridotto al minimo nella rivisitazione di Zingaro, che lascia la parola ad una tv proiettata sul fondale della scena. Anche se questa scelta non convince pienamente, la tv parlante vuole farci notare come mutino i tempi senza che gli uomini cambino; che il taccagno badi più al suo gruzzoletto che alla sua famiglia, che il furbo di turno sia sempre pronto a tendere una trappola al prossimo, che spesso il criterio di scelta di moglie/marito sia la “dote” piuttosto che il sentimento. Benché siano passati circa ventitre secoli dall’epoca in cui visse Plauto, sono cose che non cambiano mai.
Maria Flavia Vecchio





